giovedì 15 agosto 2013

UNA STORIA DI FAMIGLIA

Primi giorni di giugno del Cinquantanove. Gli sposi al centro sono Maria Tatoli, 22 anni, e Pasquale Prigigallo, 24. La guerra li ha appena sfiorati. Il ricordo delle bombe è lontano. Lui stranamente non ha seguito il padre nel suo mestiere. Fa il sarto. Aveva appreso il mestiere con il maestro Signorile a Capurso e soprattutto con il maestro Pisciotta, uno dei sarti più noti di Bari. Lei ha sempre lavorato nel negozio con madre e padre, assimilando un tuttora indomito spirito del fare.
All'estrema sinistra, Vito Prigigallo; al suo fianco Isabella Mastrolonardo. A destra, Sergio Tatoli, al suo fianco la moglie Maria Giuseppa Cariello.
Tatoli, che tutti a Capurso conoscevano come Seriuccio il nocellaio, è originario di Bisceglie. Lascia la cittadina sul mare da giovanissimo per vendere sapone "attorno". Poi, l'occasione di aprire la bottega, una salumeria in piazza Marconi. Il locale è a piano stradale di un palazzotto di proprietà di una famiglie capursese da tempo migrata a Terlizzi. Nel negozio ci sta anche lei, Peppinella. L'attività funziona. C'è molta clientela di passaggio, oltre a quella paesana, e non solo quella appartenente ai ceti sociali più bassi. Quelli, tanto per intenderci, che paga ogni quindici giorni e i cui conti sono segnati con scrittura incerta su un quaderno nero con i profili esterni dei fogli rossi. La libretta: Bubbù tremiladuecento lire; quella del Bianco diecimilasettecentocinquanta, comma Memmina seimila. Peppinella, la cui famiglia è originaria di Bitonto, un fratello disperso in Russia, un altro "sgammitt" a Milano, non sa né leggere né scrivere. Però sa far di conto. E interpreta la bilancia con straordinaria rapidità: un quinto viene tanto,  un chilo e mezzo tanto. Subito dietro il negozio vero e proprio ci sono i sacchi di iuta pesante della merce sfusa: la "canigghia", il granone, i ceci e gli altri legumi, la farina e la semola. L'abitazione è sul retro. "Esce" sul borgo antico, in una corte dove abitano anche Elisa delle uova e Teresina la Barese. Peppinella alla controra di un'estate che comincia a maggio e finisce a settembre, con la Fiera del Levante, dorme sulle sedie: ne mette in fila due, quelle apri e chiudi, e si stende una mezzoretta. Fino agli anni Sessanta si fa il pane. Maria, quinta figlia dopo quattro fratelli (Peppinella aveva perso altri cinque figli), aiuta a impastare e a infornare. Il momento topico era la festa della Madonna del Pozzo. Seriuccio fa il formaggio nella "stalla", come viene comunemente chiamato un locale a fianco al negozio, all'interno del "portone". La stalla, che con gli animali non ha nulla a che fare, è in realtà un deposito stretto e lungo. E' tappezzato di manifesti cinematografici: c'è Ursus contro l'Idra e Scaramouche. A Seriuccio, evidentemente, piacciono i film di cappa e spada. Qui Seriuccio fa il formaggio "punto". Che è il frutto di un procedimento particolare e molto lungo, co il trucco della ricotta "asc'quanda". Il successo si commisura con  presenza e numero dei vermi, esito di una perfetta fermentazione. Sulla "baracca" che viene allestita nei giorni della festa della Madonna, il formaggio "fradicio" ha un posto d'onore, insieme ai "mignetti", al "tomacchio" e al provolone Auricchio. Subito dietro, appesi a un'asta di ferro, ci sono le bottiglie di stocco e baccalà. Prima che venisse costruita la strada a quattro corsie, la statale cento attraversava il paese e tagliava piazza Marconi. La salumeria è tappa d'obbligo per i camionisti. Quando Seriuccio s'accorge che un autista ha origini settentrionali, non manca di narrare un'impresa, magari in parte inventata, vissuta nel Varesotto, dove ha vissuto per qualche tempo. Si arma di accento lumbard ("Peppinella passami un faggioletto che debbo assupparmi il sudore") e sostiene lunghe discussioni con il camionista, magari mentre disossa un prosciutto crudo di San Daniele. Fuori, al sole feroce dell'estate, transita l'ennesimo gregge di pecore che lastrica il selciato di piazza Marconi di miriadi di palline nere.
Rispettivamente classe 1906 e 1909, Peppinella e Seriuccio lasciano il negozio a metà degli anni Settanta. Lui se ne va per sempre quasi subito. Lei vive ancora a lungo, godendosi una serena vecchiaia.
Vituccio la P'cchj (sull'etimo di questo soprannome nessuno fino ha dato spiegazioni plausibili) è  muratore, anzi fabbricatore per dirla italianizzando un termine dialettale. A lungo "maestro cucchiaio", diventa poi ditta. Ha costruito molto, a Capurso e Triggiano. Non si arricchirà mai, pur avendone avuto forse la possibilità e pur lasciando delle piccole proprietà ai figli. In gioventù ha lavorato a Taranto. Nella città jonica si reca in bicicletta. Suo padre era riservista durante la Grande Guerra. Una sera scappò per incontrare Francesca, la sua donna. Una fuga che gli sarebbe costata cara. Mandato al fronte, di Pasquale non resta che un nome inciso su una delle lapidi del monumento ai caduti, nei giardini pubblici. La moglie qualche anno dopo si sarebbe risposata. Vituccio era nelle liste per l'Armir, il corpo d'armata in partenza per la Russia. A Taranto conobbe un medico che gli suggerisce l'unico modo per non andare in guerra: togliersi tutti i denti. Lo fa. E' dirottato in Albania, con le truppe di occupazione. Una notte è di guardia, con un commilitone di Mondvì. Sente dei rumori, dà l'allarme. Tutti, fifoni come lui, cominciano a sparare all'impazzata. Alle prime luci dell'alba, escono in perlustrazione e scovano il nemico: un mulo disperso, colpito almeno cinquanta volte e morto stecchito. Sabellina lavora al croché. L'avrebbe fatto per lunghi anni. Fa correre il grosso ago di ferro e aspetta che il marito torni dal cantiere. Più che tirchia, è un po' tirata. Al figlio, una volta, comprò un cappotto pesantissimo e di lana grezza. "Mammà, è grande". "Meglio, ti andrà bene fra un paio d'anni". Vituccio è orgoglioso di aver fatto l'assessore. E' amministratore comunale per poco tempo, negli anni Cinquanta. Non ha un carattere facile, ma è molto apprezzato in paese, anche se a volte la sua brutale franchezza lo fa litigare. Una volta, mentre in bicicletta va a Taranto, sulla via di Casamassima, all'altezza delle casermette che gli inglesi avevano costruito dove ora c'è il parco, rinviene un borsone. E' stracolmo di amlire. Lo restituisce all'headquarter, al comando inglese. "Anche se non se lo meritavano", racconta: "per costruire quelle caserme hanno distrutto il castello", dice con un rigurgito di senso civico, riferendosi ai tufi del palazzo marchesale che gli Alleati utilizzarono per costruire i depositi.
Hanno sempre vissuto in via padre Agostino Pacifico. Quanti traini hanno visto passare quei tre scalini della casa a due piani vicino a "Quattrofichi" e al forno di Vincenzo. Classe 1912, Vituccio vive a lungo e si gloria di non aver mai avuto una malattia. Una volta, caduto dalla scala "sopra alla fatica", forse l'ultimo anno prima della pensione, è ricoverato al "Fallacara" di Triggiano. Dove i medici sbagliano l'intervento: la riduzione della frattura provoca una "riduzione" della misura di una gamba". Che, sotto le coperte del letto di ospedale, risulta evidente. Il figlio lo fa notare all'ortopedico, che risponde: e di che si preoccupa, suo padre ha quasi settant'anni. Vituccio soffrirà molto per quella zoppia: si sarebbe fatto costruire una scarpa con una suola di alcuni centimetri per camminare meglio. Sabellina lascia questo mondo anch'ella in tarda età, dopo essere stata per molti anni affetta da una malattia renale che la costringeva all'emodialisi.

VIAGGI E ASSAGGI / IL TITON, A CESENATICO


HO INIZIATO UNA COLLABORAZIONE - CHE INVERO CONFESSO DI SPERARE CHE DIVENTI PROFICUA - CON IL SITO "ORAVGIAGGIANDO.IT" (http://www.oraviaggiando.it/) - IL MIO PRIMO VIAGGIO GASTRONOMICO DA INVIATO MOLTO POCO SPECIALE E' STATO A CESENATICO

RISTORANTE TITON – CESENATICO (FC)

SINTESI
Il Titon è uno dei ristoranti più noti e antichi di Cesenatico, che propone una cucina tradizionale di mare con qualche moderata innovazione.  Ubicato in un’antica palazzina del seicento, è frequentato da una clientela alla ricerca di tranquillità in un ambiente familiare ma dove la professionalità in cucina è molto alta e le materie prime utilizzate sono di primissima scelta. Si affaccia sul porto canale di Cesenatico, uno dei luoghi più frequentati della nota località balneare adriatica e, con un conto medio di circa 35/37 euro, permette di assaporare un pasto tutto a base di ottimo pesce locale cucinato dal bravo chef Claudio Malpezzi, dai solidi studi alberghieri e che annovera un’importante esperienza a Cannes presso lo chef Roger Vergè. 

STORIA
Anche quando ha sostituito il ditone (“titon”, in romagnolo) con il fiaschetto del vino, si è continuato a soprannominarlo Titon. Erano altri tempi: si suonava, si beveva, l’osteria era un ritrovo dove farsi un bicchiere e stramaledire padroni e governi. E sbeffeggiare Titon che, tra un sorso e l’altro, imperterrito, tornava bambino succhiandosi il pollice.
Oggi il Titon è uno dei ristoranti più noti della zona. E l’anno prossimo compie sessant’anni. È una delle più vecchie licenze di Cesenatico: risale appunto al 1954. <L’abbiamo rilevato nel 2008 – spiega Massimo Malpezzi -. Io e Alexandra lavoriamo in sala. Mio fratello Claudio e mio padre Alberto stanno in cucina. Lui, mio padre dico, per tutti qui è “lo chef”. È stato socio del Caminetto di Milano Marittima, dove ha lavorato per quarant’anni. Fino a quando non ha deciso che era tempo di svolte e di aiutare noi figli a inventarci una strada>.

AMBIENTE

Il Titon (www.titon.it) non si rivolge a una clientela specifica. Anche se la tradizione è dura a morire. Il senso ce lo spiega Maplezzi: <I clienti, in linea di massima, hanno superato la cinquantina. E possono essere ascritti ad una fascia medio-alta. Ciò significa anche che il nostro è un posto che fa di tranquillità e genuinità le armi migliori L’accoglienza è la stessa per tutti: aria familiare, ma al contempo, professionalità altissima>.

Titon, se proprio si deve dare una definizione, propone una cucina tradizionale di mare, con qualche innovazione, qua e là. I crudi, per esempio, sono innovativi rispetto alla tradizione romagnola.
Il cuoco è il fratello di Massimo, Claudio. Solidi studi alberghieri, si è formato a Castrocaro e poi vanta uno stage a Cannes, con il guru Roger Vergé. Ha dalla sua una grande fortuna: avere un “assistente” che è al tempo stesso il suo maestro. Il padre Alberto. “Lo chef”, appunto.
Con una base di pesce di rilievo, il piatto più apprezzato dagli avventori è un risotto: <Dove il pescato non si vede – spiega Malpezzi -. Il brodetto di paganelli, un pesce povero da esca, viene passato al setaccio e il brodo, l’umore, viene utilizzato per un risotto rosso. Ha grandi estimatori. Ma anche qualche detrattore a cui proprio non piace l’uso del pomodoro>. Poi, del pesce in padella, scampi con fagioli dell’Alto Casentino, calamaretti fritti. E si fa in “casa” il pane: straordinario quello al nero di seppia.
Cesenatico ha un importante mercato ittico. Tappa obbligata, dunque. Per il resto, ci si rivolge ai piccoli produttori locali. L’importante è <che abbia un requisito essenziale: la qualità>.
Massimo viaggia spesso, anche grazie ad una attività legata al cicloturismo che lo porta spesso negli Stati Uniti, che ama moltissimo, a cominciare dalla sua seconda patria, il Colorado. E proprio a un americano potrebbe descrivere il Titon: <Una palazzina del Tardo Seicento, con soffitto in legno e travi a vista. L’ambiente elegante può dare un po’ di soggezione, ma poi tutto passa. C’è una sala più grande, una più riservata , con il camino, un cortile interno con dehor e, sul davanti, una pedana coperta sul canale>.

DEGUSTAZIONE

Un menù degustazione non può prescindere, almeno in inverno, da una zuppettina, tanto per cominciare. Gli assaggi in attesa dei primi piatti vanno dal tonno scottato alla cipolla di Tropea alle mazzancolle al sale, dai sardoncini marinati alla cesenaticense all’insalata di mare. Dopo il risotto al Titon, un must della casa come si accennava, una zuppa di mare con cozze, vongole e frutta di mare. Quindi, la parmigiana di melanzane con pesce: un piatto che ha vinto anche un premio. La conclusione è affidata a un semifreddo ai fichi caramellati. La media del conto è tra i 35 e i 37 euro.

Il Titon ha 120 coperti. Obiettivo dei Malpezzi padre e figli è allargare, se non proprio conquistare, la fascia dei trenta-quarantenni.
La vicinanza al Municipio di Cesenatico e la presenza di salette che possono ospitare – e spesso lo fa – incontri post-prandiali. Sia che riguardino l’amministrazione pubblica, che organizzazioni private per piccoli meeting da unire al buon cibo.
Cesenatico è una stazione balneare della Riviera Romagnola. Caratterizzata dalla presenza di una serie di canali. E proprio sul “porto-canale” sorge il Titon. La cittadina, che conta poco meno di trentamila abitanti, può essere il campo-base per un tour da Rimini a Riccione, da Milano Marittima a Gabicce. Cesenatico è sede di un corso di laurea in Acquacoltura e Ittiopatologia del Polo universitario di Cesena che fa capo alla gloriosa Università di Bologna.
Il Titon in estate è aperto tutte le sere, sabato, domenica e festivi anche a pranzo. In inverno lavora molto la domenica mezzogiorno e spesso la domenica sera, oltre che il lunedì, è chiuso. <Offriamo solo pesce fresco – precisa Massimo Malpezzi - e la domenica va esaurito quasi sempre>. A febbraio è aperto solo dal venerdì alla domenica.

Per leggere l'articolo sul sito: http://www.oraviaggiando.it/ristorante-titon-cesenatico-ristoranti-pesce/7309/recensione/
Le foto sono tratte dal sito Internet del ristorante

martedì 13 agosto 2013

VIAGGI E MIRAGGI / TRANI


Amo Trani almeno quanto Conversano, anche se in quest'ultima cittadina il mio legame è stato consolidato da una luna e alquanto proficua esperienza lavorativa presso il Comune. Ci vado spesso, per diletto o per ragioni legate al calci. Come ho già scritto qualche blog fa, sono stato a Trani in occasione della manifestazione Calici di stelle.
Durante la quale sono state organizzate visite guidate ad alcuni centri di particolare interesse. Tra queste la chiesa dedicata a Santa Teresa d'Avila - http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Teresa_(Trani) -, nella foto a sinistra, e la magnifica cattedrale - http://it.wikipedia.org/wiki/Cattedrale_di_Trani -, sotto a destra, il campanile. Della cattedrale sul mare si può dire di tutto. Nella vita, oltre al Colosseo e al Duomo, alla Torre Eiffel e al Partenone, al Golden Gate e all'ESB, almeno una volta, bisognerebbe andare a Trani. Sedersi da qualche parte sull'ampia piazza che correda la cattedrale e guardarla stagliarsi nel cielo azzurro che solo la Puglia sa offrire in quella particolare monocromia. Se poi pensi che a un passo c'è il mare, beh, l'emozione potrebbe anche sopraffarti.
Le ho fotografate come sempre con il mio multifunzione Blackberry. Le foto, come di consueto, non sono un granché. Ma testimoniano del fascino irresistibile che questi ed altri monumenti tranesi e pugliesi più in generale sprigionano. E quindi le offro unicamente come spunto per una riflessione su quanto di bello gli uomini sono riusciti a costruire, e magari per ulteriori ricerche, iconografiche, storiche e architettoniche che su Trani si possono fare. Magari prendendo spunto da wikipedia, per poi passare a testi più specifici.

lunedì 12 agosto 2013

PERSONE / VITO TISCI

LUNEDI' 11 AGOSTO LA GAZZETTA HA PUBBLICATO QUESTA INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL COMITATO REGIONALE PUGLIESE DELLA LEGA NAZIONALE DILETTANTI. VITO TISCI - DA ALCUNI DEFINITO "GOVERNATORE" DEL PALLONE DI PUGLIA - E' STATO ELETTO PER LA PRIMA VOLTA A NOVEMBRE DEL 2004.

La calda estate del Governatore non si è conclusa. E minaccia di essere ancora più torrida. Vista la moria di squadre, il consiglio del Comitato regionale ha deciso di riaprire i termini per l’iscrizione in Prima e Seconda categoria. Tutto rinviato al 2 settembre: un aiutino a club in gravi difficoltà economiche e organizzative.
Vito Tisci e, alla sua sinistra, Carlo Tavecchio, numero uno
della Lega dilettanti e vice di Abete in Federcalcio
Che la crisi entri col piede a martello sulle caviglie del calcio nostrano è dimostrato dal record stabilito e certificato venerdì pomeriggio: tre squadre di Eccellenza inghiottite dai gorghi, sei ripescaggi in Eccellenza e ben nove in Promozione.
Eppure, Vito Tisci vede il bicchiere mezzo pieno. <Non voglio chiudere gli occhi e tapparmi le orecchie: dico che la stagione si è conclusa con la bella vittoria del San Severo, matricola in Eccellenza, con i playoff nazionali vinti dal Manfredonia, con il Cerignola finalista della Coppa Italia e con il Grottaglie ripescato in D. Se poi aggiungiamo che l’Andria dovrà ripartire dall’Eccellenza per decreto e che nessuno voleva un campionato a 17, ecco che molti ripescaggi sono giustificati. Certo, fa male perdere realtà importanti come l’Audace, la Fortis o la Polimnia. Mi sarei assunta la responsabilità di una deroga “ad personam” per salvare il salvabile, ma non c’è stato nulla da fare>.
Cerignola, perlappunto.
<La scelta dei dirigenti lascia interdetti. Mi auguro che disputi la D, ma avrei gradito un qualche coinvolgimento. Invece, nulla>.
Al terzo mandato da presidente del Crp, Vito Tisci, 53 anni, originario di Acquaviva delle Fonti, è partito per le quanto mai meritate vacanze. Sono stati giorni lunghi, oltreché caldi.
<Purtroppo non c’è un ricambio generazionale, né tra gli imprenditori che si dedicano al calcio e neppure tra i volontari, quella schiera di segretari, assistenti, soci, che sono la spina dorsale dello sport dilettantistico. E in una congiuntura sfavorevole come questa, il calcio ne risente. Eppure, voglio pensare in positivo: abbiamo 130-140 iscrizioni per ciascuno dei campionati giovanili. La Puglia, forse per la prima volta, ha più società del settore giovanile puro che dei dilettanti>.
Governatore, l’Eccellenza torna a diciotto. Per molti, la dimensione ottimale di un campionato così importante.
<In realtà c’è qualcuno che non vuole gli impegni infrasettimanali. In ogni caso, si preannuncia un torneo appassionante. Basti citare l’Andria, il Gallipoli, il Casarano>.
E il Trani?
<Se il riferimento è ai nuovi dirigenti tranesi del Terlizzi che giocherà in deroga allo stadio di Trani, ben venga un’altra squadra competitiva. Non dimenticherei le salentine Galatina e Copertino, o il Mola, in grado di allestire buone formazioni >.
Due esordi.
<La Sudest è reduce da una stagione straordinaria, l’Ascoli Satriano del patron Roccia (nuovo allenatore è Pietro Maiellaro, ndr) è una piccola ma solida realtà>.
E due ritorni.
<Castellaneta mancava dall’Eccellenza da un bel po’. Sono contento anche per l’Ostuni, tornato a Luca Marzio>.
Torniamo ai dolori del calcio di Puglia. L’Agenzia delle Entrate rischia di diventare un serial-killer.
<Carlo Tavecchio (presidente della Lega dilettanti, ndr) ha incontrato il direttore generale Befera. Ha chiesto di essere più tolleranti. Ma le leggi sul fisco vanno comunque rispettate. Le agevolazioni ci sono, dobbiamo farle bastare. Dobbiamo capire che la correttezza è fondamentale. Se non hai pagato l’iva, puoi ravvederti, puoi concordare, puoi rateizzare, ma non credo ci sia molto altro da fare>.
E poi ci sono gli stadi ammaccati.
<È stato fatto il primo censimento degli impianti. La situazione è difficile. Trentotto sono da mettere a norma. Ma i comuni hanno i loro problemi. Qualche risultato raggiunto, anche se l’anno scorso sono stati realizzati solo due terreni di gioco in erba artificiale. Un altro segnale della crisi>.

Tempi di spending-review anche in via Nicola Pende. La presentazione dei calendari, forse il 27 agosto, si farà nella saletta delle riunioni della Football House. A novembre, invece, nel corso dell’assemblea plenaria, la sostituzione di Italo Caratù, il consigliere di Manfredonia scomparso a marzo scorso.

SAGRE E DINTORNI / TRANI, TURI, SAN VITO E TRIGGIANO

Mi piace segnalare alcuni eventi svoltisi in vari angoli della Terra di Bari nelle ultime sere.
La presentazione di Calici di stelle, a Trani. A destra,
l'assessore regionale Fabrizio Nardoni e il sindaco
Luigi Nicola Riserbato
A Trani c'è stata la kermesse di Calici di stelle. Trani è splendida. La manifestazione, organizzata in modo impeccabile, ha visto la partecipazione di molte decine di cantine. Dietro uno dei candidi banchetti dislocati nel centro storico - dalla banchina del porto alla piazza della cattedrale - ho ritrovato un vecchio amico, Mimmo Scarpetta. Imparentato con il grande commediografo Eduardo Scarpetta, una laurea in architettura e soprattutto fine sommellier.
Giovanni Addante alle prese con il suo padellone. Sulle
note di Fabrizio De Andrè offerte da Pasquale Guerra,
ha preparato cavatelli ai frutti di mare e ceci per oltre
cento persone
A Triggiano, Pasquale Guerra ha offerto un concerto dedicato a Fabrizio De Andrè. Tra le ultime canzoni del grande genovese, una delle liriche che amo di più, Disamistade ("un'assenza apparecchiata per cena"), storia di una faida infinita tra due famiglie disarmate di sangue e le cui donne sono schierate a resa e in attesa dell'ennesimo scoppio di sangue (https://www.youtube.com/watch?v=79l-Zv7U1zA). Oltre agli standard di Faber, Guerra, insieme ai suoi amici (tra cui il chitarrista Pino Mazzarano, che ha offerto sprazzi dei suoi virtuosismi), ha offerto Princesa (la storia di un trans brasiliano che finisce per convivere con un avvocato milanese) e Dolcenera (l'amore forte e sensuale della moglie di Anselmo mentre fuori infuria una delle alluvioni che periodicamente colpisce Genova). Il concerto, tenuto nel cortile della scuola don Bosco, ha avuto un curioso prologo. Pasquale Guerra festeggiava i 64 anni. L'ha fatto offrendo l'esibizione di Giovanni Addante. Il quale s'è esibito con uno strumento molto particolare. Il Padellone. Con il quale ha preparato degli ottimi cavatelli con ceci e frutti di mare.
A San Vito, borgo marinaro pochi chilometri prima di Polignano a Mare, si è svolta la sagra "Il ballo di San Vito". Posto suggestivo. Tra il mare e i campi di ortaggi (questa è terra che produce ottime carote) c'è una suggestiva costruzione, l'abbazia (http://www.polignanoamare.com/it/da-vedere/labbazia-di-san-vito-008.html). Scenografia unica per il concerto di un gruppo di cui non ricordo il nome. E che tuttavia, non ha offerto la solita pizzica in tutte le salse. Ma ha consentito di fare un viaggio dal Salento alla Transilvania, dai cieli d'Irlanda alla Puszta ungherese, passando per la musicalità partenopea.
Turi produce ciliegie e percoche. La sagra dedicata alla particolare pesca non era in grado di suscitare particolari interessi. C'erano stand che propinavano arancini siciliani e sfogliatelle napoletane, tutt'altro che squisite. Ci sono casi in cui municipi, associazioni e piccoli imprenditori pare siano quasi costretti ad organizzare sagre. La stessa Turi, per esempio, già preannuncia (starei per dire minaccia, se il tono è quello dell'altra sera) la sagra dei "tronere" (braciole di carne) e della faldacchea (http://www.youtube.com/watch?v=_-9fLCeXT5Y). (noterella a latere: le percoche acquistate erano insipide; non capisco come sia possibile vendere pessime percoche alla sagra a questo meraviglioso frutto dedicata).

sabato 10 agosto 2013

PERSONE / PROFILI MONOPOLITANI

Monopoli, Capitolo, lido Bellifreschi. Un giorno d'agosto. Un carnaio. La spiaggia - soprattutto se la location è nazionalpopolare - è una macelleria sociale. Gli umani sono messi a nudo, letteralmente. Possiamo tracciare un profilo antropologico e sociologico dell'umanità presente. E invece - a proposito di profili - l'unico che siamo in g
rado di disegnare, è quello che ci consente "Piero" (lo chiameremo così). Piero se ne è stato oltre mezz'ora in quella posa statuaria, quasi ieratica. Scopriremo dopo che non stava contemplando il moto perpetuo del mare o ammirando la pelle ambrata di una splendida quarantenne con i tratti latinoamericani. No. S'era semplicemente perso dietro le acrobazie acquatiche di un nipotino di pochi anni. Guardandolo, Piero, era il ritratto della felicità. In quel momento - bronzo di Riace - nulla avrebbe potuto alterare il suo stato di grazia. Ho invidiato Piero: la crisi, il lavoro che non c'è, la politica che non funziona. Tutto nascosto dietro il profilo collinare perfetto del suo addome così prominente da sembrare protesico. Ciao, Piero, se mai un giorno ti rincontrerò, ti verrò incontro, ti stringerò la mano e mi congratulerò con te. Tu non capirai, penserai a uno scherzo, magari ti offenderai e penserai che sono un pazzo. Proverò a spiegarti l'inspiegabile. Poi ti offrirò qualcosa al bar. E forse diverremo amici. Spiegandoti che è tuo dovere spiegarmi il segreto della felicità.

PALLONI / PADRI E FIGLI: NICOLA E GABRIELE TURI




In un montaggio, Nicola Turi, a destra, in presa alta,
ai tempi del Monopoli, e Gabriele, a sinistra
E' UNO DEGLI ARTICOLI DEDICATI AI PADRI CALCIATORI DI FIGLI CALCIATORI, PUBBLICATI DALLA GAZZETTA, NELLA PAGINA DELLO SPORTBARESE, NEI GIORNI SCORSI

Largo Due Giugno, primavera del ’99. Un  bimbetto di poco più di tre anni gioca a palla con il papà. Un amico si avvicina: <Uagliò, ma sai che questo è già meglio di te. Si vede da come si butta>. A Nicola Turi sobbalza il cuore. Vuoi vedere che questo piccoletto diventa davvero migliore del padre? Lo stesso tuffo al muscolo cardiaco il 51enne imprenditore barese l’ha avuto qualche settimana fa: Gabriele Turi va al Monopoli. Sì, giocherà proprio al “Vito Simone Veneziani”, dove Nicola vive due stagioni straordinarie. Nel 1983-84, l’anno della scalata alla C1, gioca solo due partite. Il titolare è Domenico Delli Pizzi. <Fu un’esperienza bellissima, formativa. Avevo solo ventunanni e all’epoca per un portiere erano davvero pochi>. <Giocò con il Galatina di Angelo Carrano – racconta Pino Sportelli, giornalista, oggi dirigente del Monopoli, tra le memorie storiche più lucide del calcio biancoverde -. Le perdemmo entrambe e rischiammo di non arrivare neppure secondi. Ma di Nicola ho un ricordo vivido: ragazzo eccellente, intelligente, e poi leggeva molto. Non capiti spesso di trovare calciatori così>. Sorride, e con una punta di compiacimento Nicola conferma: <Anche oggi mi piace leggere: saggi, molti gialli. Sto cercando di far apprezzare i libri anche a mio figlio. Tra le prime cose che ho chiesto alla dirigenza del Monopoli c’è proprio la possibilità che il ragazzo, che deve fare il quarto Ragioneria, possa continuare a studiare. È una società straordinaria per quello sta facendo e per come lo sta facendo, fra l’altro in un momento molto difficile>.
Torniamo al cuore e ai suoi sobbalzi. Al Monopoli Gabriele ritrova due icone del calcio pugliese, Vito Laruccia, presidente onorario, e Mario Russo, direttore generale. <Trent’anni fa Laruccia era presidente e mister Russo l’allenatore>. Non sembri piaggeria, dice Nicola, titolare di un’impresa del settore mobiliero con oltre duecento dipendenti, <erano e sono persone straordinarie. Laruccia, poi, è imprenditore e dirigente che sa di calcio. E’ tornato con l’entusiasmo di un ragazzino. Come Russo non credo che esistano in giro intendintori di calcio come lui>.
Non solo Gabriele nella famiglia Turi. I rampolli sono addirittura tre. E se Gabriele comincia la sua carriera “da grande” dalla Juniores della Serie D, Pasquale Turi gioca nel Siena in B come esterno sinistro e Nicola Turi, promettentissimo 15enne, è andato alle giovanili del Toro. E infine c’è l’Aurora Bari, una sorta di ramo d’azienda, per dire quanto il calcio permei la vita della famiglia barese. <Bari ha ottime società giovanili, dalla Wonderful all’Accademia, dalla Pro Inter alla Di Cagno. Peccato che manchi l’elemento trainante, il grande club professionistico. I Matarrese hanno molti meriti, ma certo non quello di aver sviluppato negli ultimi anni il settore giovanile. Pensiamo alla incredibile mancanza di un centro sportivo>. Tornano i ricordi. <Nei primi anni Ottanta si sviluppò un vero e proprio fenomeno: era il Bari di Catuzzi. C’ero anch’io con Giorgio De Trizio, Giovanni Loseto, Angelo Terracenere. A Monopoli ritrovai Pierino Armenise, la buonanima di Luciano Volarig, Pino Giusto>. Una nidiata eccezionale che porterà indelebile il segno lasciato dal mister di Parma.
Turi, i genitori spesso rischiano di essere la rovina dei figli. <E’ vero. Troppe aspettative, troppi sogni che finiscono per diventare illusioni. E poi, quando il ragazzo “non riesce” l’amarezza è cento volte più forte. E la colpa è sempre degli altri, dell’allenatore che non capisce, del presidente che non sa gestire. Il calcio e lo sport in genere invece vanno presi per quelli che sono: s’impara a stare nel gruppo, è scuola di vita per il rispetto dei ruoli e delle gerarchie, principi che difficilmente oggi vengono digeriti da giovani che hanno tutto>. Tranne la prospettiva di un lavoro. <Anche per questo ho detto a Gabriele di giocare, di mettercela tutta, ma di non dimenticare che la cosa più importante è studiare e imparare un mestiere>. Per diventare come Buffon c’è sempre tempo.